di Angelica: la Mantide Religiosa.

La Mantide Religiosa.

Le stelle, quella sera, erano particolarmente grandi e luminose, e la luna era un vero prodigio della natura. Intanto, come tentacoli, le mie lunghe chiome fluttuavano nell’aria gelida della cella all’interno dell’antico convento dove da anni io, sorella Angelica, dopo il mio solenne voto, vivevo tutti i miei sacrosanti, lunghissimi e fottutissimi giorni votata alla preghiera, alla meditazione e alla solitudine della cella, come prescrivono le severe regole del mio amatissimo ordine monacale; povertà, voto di castità e obbedienza.

I nostri due corpi, completamente nudi, erano avvinghiati fra loro in un abbraccio scellerato quanto peccaminoso, tra dolci alternanze di vibranti sospiri, di inquietanti silenzi, tra il portentoso tumulto dei nostri cuori, tra il rapido susseguirsi dei nostri affannosi respiri, dei nostri lunghi gemiti e per ultimo infine, dalle urla per il sommo piacere, dal godimento che aveva invaso all’unisono i nostri corpi.

Dopo esserci saziati ad oltranza, e per l’ennesima volta, di questo nostro balzano legame carnale ridondante di perversa sessualità, o meglio di questo nostro dolce inferno di passione sacrilega, avvalendomi di un angelico momento di lucidità divina, m’avvidi che qualcosa tormentava la mia coscienza e che altrettanto affliggeva il mio spirito. Avevo bisogno, ancora una volta, di liberarmi delle mie ansie, dei miei peccati, dei miei vietatissimi rapporti sessuali, insomma di tutto ciò che aveva invaso e violato la mia austera disciplina cenobitica. Volevo darci un taglio in modo definitivo, volevo metterci sopra una pietra tombale!

Dunque, lo baciai, lo strinsi a me in quel mio ultimo erotico abbraccio, e poi ancora nuda mi alzai dalla branda. Frugai furtiva nella capace borsa posata a terra in un angolo che conteneva alcuni dei suoi attrezzi di lavoro. Ne estrassi una pesante mazza spaccapietre. Mi avvicinai di nuovo al mio muscoloso e oramai spossato amante. Poveretto! Era talmente privo di forze che pareva addormentato! Mi feci il segno della croce, quindi con quella specie di grosso martello col manico lungo gli fracassai di brutto la testa spappolandogli il cervello. Ecco, in quel preciso momento, dopo aver ucciso anche il mio ultimo diavolo tentatore, stavolta travestito da manovale tuttofare, mi sentivo nuovamente pulita e finalmente redenta. Non mi restava che gettare il suo cadavere, ovviamente appesantito da una grossa pietra legata al collo, in fondo al vicino e profondo pozzo, sito al centro del chiostro dell’abbazia. Avrebbe certamente fatto buona compagnia ai miei precedenti amanti. E così feci a notte fonda, come al solito aiutata da Sorella Maddalena e da Sorella Matilde. Chiaramente poi, tutte assieme, recitammo le adeguate, dovute e prescritte preghiere riparatrici che ci fecero immediatamente e definitivamente allontanare dal profondo buio del peccato.

Angelica C.

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